Solennità di Sant’Oronzo 2026

Omelia dell’Arcivescovo

Ostuni, 26 agosto 2026

La Parola di Dio che abbiamo appena ascoltato ci ha consegnato tre immagini:

  • I piedi del messaggero di lieti annunci
  • L’amorevole cura di una madre
  • Il profilo dell’immagine del pastore con in controluce quella del mercenario.

Tre immagini che ci dicono che l’opera svolta da Oronzo e dai suoi amici approdati sulle nostre coste non è stata un’opera di indottrinamento e proselitismo cristiano ma una vera e propria opera di promozione umana e sociale che attingendo al vangelo di Cristo ha offerto ai nostri progenitori la possibilità di costruire una comunità capace di testimoniare la fede pensando, progettando e costruendo la città dell’uomo e seminando quei semi che gradualmente nel tempo avrebbero generato quello che noi oggi abbiamo ereditato.

I piedi sono il richiamo al cammino che compie chi annuncia il vangelo, un cammino faticoso, seminato di ostacoli e rifiuti, ma un cammino di pace, di bene, un cammino disarmato che annuncia il vangelo attraverso le cure amorevoli di una madre e la delicatezza del pastore che costruisce relazioni personali senza alcun interesse o tornaconto, perché non è un mercenario.

Noi oggi abbiamo il dovere di chiederci: abbiamo conservato lo spirito originario dei padri nell’evangelizzazione e nella promozione umana della nostra città?

La nostra città di Ostuni nel tempo è cresciuta come città, consapevole di aver ricevuto in dono dalla Provvidenza una collocazione geografica e paesaggistica privilegiata, che ne fa una delle perle naturali, amata da tanti turisti non solo italiani ma anche stranieri; a questa risorsa naturale, col tempo l’ingegno umano delle generazioni che si sono susseguite ha aggiunto la sapienza architettonica, le tradizioni culturali, i percorsi di fede cristiana, lo spirito di accoglienza e umanità.

Perché negli ultimi tempi questa nostra città bianca non riesce ad essere amministrata saggiamente? Forse perché non c’è una visione progettuale di comunità e si preferisce andare nella direzione di una conquista del potere economico-burocratico che essa genera, per il benessere di pochi, anziché far crescere il benessere di tutti, della comunità, della città?

Non merita questa città di essere amministrata senza il ricorso ad alchimie politiche incomprensibili ai più, ma con quella sapienza che investe sul bene comune, non come bene che conviene a chi amministra ma come bene per tutti, per lo sviluppo, la crescita, il progresso della città, che deve fare vela verso uno sviluppo sostenibile, inclusivo, accogliente, nel rispetto dell’ambiente e della casa comune, rifiutando di ascoltare le sirene predatorie interessate solo ad alti profitti  privati, che ancora una volta barattano attraverso uno scellerato out-out, la creazione di posti di lavoro con  la distruzione dell’ambiente, nostra casa comune, ma che non hanno nel cuore amore per la città?

Nella recente sua prima enciclica Magnifica humanitas, papa Leone XIV presenta due icone bibliche, due modelli di costruzione della città: la costruzione della torre di Babele, narrata dalla Genesi, e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme, narrata dal Libro di Neemia.

A Babele l’umanità vuole garantirsi stabilità e potere, e soprattutto “farsi un nome”, temendo di essere dispersa sulla terra. L’impresa è imponente: un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione; però il progetto nasconde una profonda insidia: è un’opera concepita senza Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione.

«Quando la città si edifica sull’orgoglio e sulla pretesa di bastare a se stessa, la comunicazione si spezza, le lingue si confondono e gli esseri umani non si comprendono più. Il risultato non è l’unità, ma la dispersione. Babele rivela così il limite di ogni costruzione che, pur grandiosa, sorge dall’assolutizzazione dell’uomo e dalla sua pretesa di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone all’efficienza e ambisce a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio» (MH n.7).

Nel Libro di Neemia, invece, si narra che dopo l’esilio babilonese, una parte del popolo di Israele torna a Gerusalemme, ma la città è in rovina, le mura sono crollate e le porte bruciate.

Neemia addolorato per lo stato in cui versa la città, digiuna, prega, intercede per il popolo e poi visita i luoghi distrutti e infine convoca le famiglie e affida a ciascuna un tratto da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni, tutto questo senza imporre soluzioni dall’alto, ma cercando di motivare tutti.

In questo caso «la città rinasce non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami ancora prima delle pietre. L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore» (MH n. 8).

Secondo quale modello vogliamo costruire e amministrare Ostuni? Evitiamo la “sindrome di Babele”: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze nel nome del dio denaro, la pretesa di un pensiero unico (cfr. MH n.10).

«Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità» (Mh n. 10).

Amiche e amici di Ostuni è tempo di un cambiamento di stile! Non mi riferisco agli schieramenti politici perché non è mio compito ma dell’esercizio democratico dei cittadini; è tempo di rispolverare quello che Don Primo Mazzolari scriveva in un celebre editoriale sulla rivista “Adesso” nel 1949, per spiegare l’impegno cristiano nel mondo: Non a destra, non a sinistra, non al centro, ma in alto!

E spiegava: «L’alto cosa sarebbe allora? Una destra pulita, una sinistra pulita, un centro pulito, in virtù di uno sforzo di elevazione di purificazione personale che non ha nulla a che vedere con la tessera. Come ieri per la salvezza non contava il circonciso né l’incirconciso, così oggi non conta l’uomo di destra né l’uomo di sinistra, ma solo la nuova creatura: la quale lentamente e faticosamente sale una strada segnata dalle impronte di Colui, che arrivato in alto, si è lasciato inchiodare sulla Croce a braccia spalancate per dar la sua mano forata a tutti gli uomini e costruire il vero arco della Pace» (Don Primo Mazzolari, “Adesso”, anno 1, n.3, martedì 15 febbraio 1949).

È tempo di rigenerare la politica e i suoi attori, nella nostra città, è tempo di creare spazi per la formazione e l’impegno dei giovani, che spesso vengono “usati” come specchietto per le allodole ma non viene lasciato spazio alle loro idee, alla creatività e alla loro visione del mondo, è tempo che tutta la Comunità si senta impegnata nell’esercizio di una cittadinanza attiva, responsabile e senza deleghe in bianco.

È tempo che anche le nostre comunità cristiane più unite, sinodali e profetiche diventino spazi di ascolto, di dialogo, di incontro, di confronto non per coinvolgersi nella competizione partitica ma per educare alla politica come forma alta di carità, capace di camminare a fianco degli ultimi, dei fragili, dei senza voce che cercano solo il riconoscimento e il rispetto della loro dignità.

Finisco richiamando l’Apologo di Iotam riportato dal Libro dei Giudici:

«Si misero in cammino gli alberi per ungere un re su di essi. Dissero all’ulivo: “Regna su di noi”. Rispose loro l’ulivo: “Rinuncerò al mio olio, grazie al quale si onorano dèi e uomini e andrò a librarmi sugli alberi?”.

Dissero gli alberi al fico: “Vieni tu, regna su di noi”. Rispose loro il fico: “Rinuncerò alla mia dolcezza e al mio frutto squisito, e andrò a librarmi sugli alberi?”.

Dissero gli alberi alla vite: “Vieni tu, regna su di noi”. Rispose loro la vite: “Rinuncerò al mio mosto, che allieta dèi e uomini, e andrò a librarmi sugli alberi?”.

Dissero tutti gli alberi al rovo: “Vieni tu, regna su di noi”. Rispose il rovo agli alberi: “Se davvero mi ungete re su di voi, venite, rifugiatevi alla mia ombra; se no, esca un fuoco dal rovo e divori i cedri del Libano”» (Giudici, 9, 8-15).

Iotam racconta questa storiella perché il popolo di Israele vive un passaggio cruciale della sua storia, fino a quel momento è stato governato da Giudici che si facevano garanti della giustizia e della legge del Signore, ma si fa strada il desiderio della monarchia e uomini poco affidabili e avventurieri, senza timore del Signore si fanno avanti per essere unti re.

Se l’ulivo, il fico e la vite si tirano indietro, non vogliono prestare il loro servizio per governare gli alberi, se pur a costo di sacrifici e allora ci si accontenterà del rovo, che si presenta dando già una valutazione esagerata e menzognera di se stesso: “rifugiatevi alla mia ombra”, il rovo non è un albero in grado di fare ombra e inoltre rivela la sua indole aggressiva: “se no, esca un fuoco dal rovo e divori i cedri del Libano”.

È tempo che chiunque abbia a cuore questa città: le forze sane, buone, oneste, amanti del bene comune come bene di tutti, abbandonino i propri personalismi e si mettano in gioco per offrire il loro tempo, la loro cultura, la loro creatività, la loro capacità progettuale e perché no, anche la loro testimonianza di fede, per l’amministrazione di questa città. Certo, questo non si potrà realizzare senza i dovuti sacrifici personali, familiari e anche professionali ma “il Signore ama chi dona con gioia” (2 Cor 9,7).

Auspico che la nostra città torni ad essere attraversata dai piedi pacifici dei messaggeri di lieti annunci e con gesti di tenerezza materna e con la sollecitudine forte e serena di pastori, non solo presbiteri, diaconi e i laici delle nostre comunità, ma anche di tutti coloro, uomini e donne di buona volontà, si metta in ascolto delle gioie, delle speranze,  delle tristezze e delle angosce delle persone del nostro tempo e soprattutto dei poveri e di coloro che soffrono, perché questo scrigno di umanità diventi orizzonte di progettualità per la città.

 

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