
“Gesù Cristo ha fatto di noi un regno,
sacerdoti per il suo Dio e Padre;
a lui gloria e potenza nei secoli dei secoli.
Amen.”
È questa l’antifona di ingresso che ci introduce in questa Santa Celebrazione che il Signore ci concede di vivere anche quest’anno. Siamo un popolo di sacerdoti che eleva alla Santa Trinità la sua lode, celebrando la fonte e il culmine della nostra liturgia che è l’Eucarestia.
È proprio sul celebrare e sulla liturgia che vorrei condividere con voi questa sera qualche riflessione.
Sono consapevole che qualcuno, in questa nostra assemblea sta pensando: con tutti i problemi ecclesiali, sociali, mondiali che abbiamo la liturgia è il tema più importante da affrontare?
Una cosa del genere capitò anche a Gesù e il vangelo ce ne dà notizia in varie versioni. Mi riferisco alla cena di Betania, sei giorni prima della Pasqua, quando Maria fece un gesto esagerato: cosparse i piedi di Gesù con trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso.
Qualcuno dei presenti, ritenendo il gesto esagerato commentò: perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?
Conosciamo il commento tagliente dell’evangelista Giovanni. Perciò non è nella contrapposizione o polarizzazione delle cose che si può cercare la soluzione, ma nella scoperta del senso di quello che facciamo. E poi come potremmo scoprire il Senso della nostra vita, della storia, delle dinamiche storiche, dei fatti geopolitici mondiali senza la vera chiave di lettura cristiana che è il Mistero Pasquale del Signore crocifisso, sepolto e risorto. Senza questa chiave noi non entreremo mai nel senso della vita, nel senso della storia, nelle dinamiche storiche e soprattutto nei grandi sconvolgimenti geopolitici del mondo.
“Agnum stantem tanquam occisu”. Un agnello, in piedi come immolato (Ap. 5, 6).
Questo vede Giovanni nell’Apocalisse e questo incontriamo noi, tutte le volte che celebriamo l’Eucarestia e questa è la chiave per ogni lettura e comprensione cristiana della vita, della storia, dei fenomeni della storia, se non vogliamo condannarci al qualunquismo ideologico.
Non faccio alcuna rivelazione se dico che purtroppo oggi il Rito Latino della Liturgia è profanato. Profanato da dispute e inimicizia, da frizioni e competizioni, da faraonici teatri e sciatteria superficiale. Tutto questo per imporre il proprio punto di vista.
La liturgia è diventata come il palco di una sorta di campagna elettorale permanente. È preda solo di rivendicazioni.
Normalmente la cosa più importante nella nostra vita e quella necessaria è trovare un posto nel mondo e starci da cristiani. Oggi nelle nostre comunità, invece, capita sempre più spesso di incontrare chi cerca una collazione intorno all’altare: ministri, sotto ministri, persone che vogliono fare solo per esibirsi accoliti, lettori.
La celebrazione comunitaria non è centripeta ma centrifuga.
Tale degenerazione che spesso anche noi ministri ordinati cavalchiamo è frutto di una visione sociologica e orizzontale della Chiesa.
La Liturgia è vita, la Liturgia è linfa. La linfa che sgorga dal sepolcro vuoto il mattino di Pasqua, si perpetua con l’Ascensione di Cristo al Padre e viene riversata su di noi sulla terra nell’evento della Pentecoste.
Mi perdonerete se ricorro all’esperienza di San Benedetto da Norcia. Nella sua Regola S. Benedetto colloca i capitoli sulla Liturgia tra i capitoli sull’obbedienza, il silenzio, l’umiltà. E i capitoli sull’organizzazione della vita pratica e comunitaria. E perché?
Questo per evidenziare che obbedienza, silenzio e umiltà preparano il cuore a comprendere e vivere il vero senso della Liturgia.
Si può entrare nel Mistero celebrato con il cuore, allenando alla docilità, all’ascolto, all’accettazione delle inevitabili umiliazioni della vita.
E si esce dalla celebrazione, dal tempo della celebrazione, dallo spazio della celebrazione per vivere la vita quotidiana alla luce di quanto abbiamo ricevuto.
Quanto precede la celebrazione è propedeutico alla celebrazione stessa e quello che segue è verifica.
San Benedetto per parlare della Liturgia parla di “Opus Dei”, “Opera di Dio”.
Indica l’opera che lo Spirito Santo compie nella celebrazione.
Il Signore nella Liturgia ci trasforma. Perciò nella celebrazione dovremmo essere più attenti a quello che la Grazia compie e non a quello che noi vogliamo e pensiamo di fare.
Quando Dio opera bisogna fermarsi, bisogna osservare, bisogna lasciarsi toccare. La Liturgia non è la prestazione della comunità che mette in scena i suoi talenti, le sue doti e la sua creatività. Ma è una sorta di “Creazione” in cui lo Spirito effonde i suoi doni. Dio che sempre veglia su di noi ci aspetta nella celebrazione per plasmarci.
La Liturgia non parte dal desiderio dell’essere umano di ingraziarsi la divinità.
Questi erano i sacrifici antichi, i sacrifici idolatrici. La Liturgia parte dallo sguardo di Dio, uno sguardo amante e misericordioso che chiama e invita.
Una comunità non organizza la Liturgia è convocata per raccogliersi sotto la luce dello Spirito.
Non ci deve sfuggire che tutto è posto sotto lo sguardo del Signore, perciò tutta la vita è un atto liturgico.
Non ci dovrebbe essere separazione tra vita e liturgia. Nello scorrere dell’esistenza celebriamo i misteri del Signore che ci offrono la salvezza.
Durante la preghiera comunitaria la Chiesa pellegrina vive qui in terra un frammento della celebrazione della Liturgia celeste, che si svolge davanti al trono di Dio e dell’Agnello.
E questa assemblea del Cielo gioisce per ogni peccatore che si converte.
Nella celebrazione veramente veniamo elevati al tempo e allo spazio del Cielo. E tuttavia non sismo esentati dalle problematiche della storia. Il cielo
illumina la nostra realtà terrena, ci offre la chiave di lettura per leggere le vicende della nostra storia. Meraviglioso scambio!
Celebrare, allora, non è organizzare una cerimonia, piuttosto è trasferirsi da un’altra parte con tutto quello che storicamente siamo.
La nostra storia entra nell’orbita di Dio.
Per gustare tutto questo è necessario accordare la mente con la voce e con il Cuore.
Questa è la tanto ricercata: “Actuosa partecipatio”, la partecipazione attiva e consapevole, auspicata dal Concilio Vaticano II.
Il battezzato partecipa attivamente alla Liturgia non perché si agita intorno all’altare per fare qualcosa, ma perché “rinnega se stesso” per ritrovarsi, nei gesti e nelle parole che sta usando.
La celebrazione non è un “gioco di ruolo”, ma l’accoglienza del mistero di Dio che ci salva.
E allora alla Vergine Maria chiediamo di prenderci per mano e di introdurci nello Spirito vero della Liturgia.
“Maria, Casa d’oro, ci aiuti a riscoprire nelle pagine del Vangelo la planimetria che fa della nostra vita, personale e comunitaria, l’appartamento regale di Dio. Amen”. (Don Tonino)
S.E. Mons. Giovanni INTINI
Arcivescovo di Brindisi-Ostuni.
